Parità di genere: il capitale umano che l’Italia lascia indietro

07/05/2026

Il 29 aprile 2026, cinquantasei persone si sono riunite per l’evento di C.I.R.M. (Consorzio Italiano per la Ricerca in Medicina) per confrontarsi su un dato che i numeri rendono difficile ignorare: le donne studiano di più, si laureano di più e ottengono risultati accademici migliori degli uomini. Eppure, continuano ad avere tassi di occupazione inferiori.

“Il problema non è la formazione,” ha sintetizzato Jenny Salazar nel suo intervento. “È quello che succede dopo.” Per Regg3, l’incontro organizzato in partnership con C.I.R.M., è stato il primo di sei appuntamenti nell’ambito dell’impegno nell’Alleanza per l’Aria e il Clima del Comune di Milano. Un percorso che nel 2026 dedicheremo a temi che, a prima vista, possono sembrare distanti dalla sostenibilità ambientale. Solo a prima vista.

L’Italia all’87° posto

Abbiamo aperto l’intervento con uno sguardo al contesto internazionale: l’Italia si colloca all’87° posto su 146 paesi nel WEF Global Gender Gap Index 2024. 

I numeri sull’economia parlano ancora più chiaro. Se si raggiungesse la parità occupazionale, il PIL globale crescerebbe di 12.000 miliardi di dollari, secondo il McKinsey Global Institute. Al ritmo attuale, ci vorranno 131 anni per colmare il gender gap globale. Per l’Italia, la Banca d’Italia e l’OCSE stimano una perdita annua di 160 miliardi di euro legata alla sottoccupazione femminile.

Il paradosso dell’istruzione

In Italia, il 94,9% delle donne accede alla scuola secondaria superiore, contro il 90,9% degli uomini. L’88,1% la completa, contro il 79,6% degli uomini. Più studentesse, più laureate, risultati migliori ovunque.

Eppure nel mercato del lavoro il tasso di occupazione femminile in Italia è dell‘84,4%, contro l’89,1% degli uomini. In Lombardia il gap si riduce, ma non scompare: 92,4% contro 95%. A Milano rimangono 11.126 donne sotto la soglia occupazionale considerata accettabile.

Come si esce da questo paradosso? Non con la buona volontà. Con un sistema.

La cultura si impara. E si può disimparare

Matteo Rossi Renier, psicologo giuridico forense, ha guidato un laboratorio esperienziale su un concetto che sembra semplice ma richiede di essere davvero interiorizzato: non si nasce con preconcetti sul genere. È la cultura educativa che porta ad associare determinati ruoli o professioni a un genere piuttosto che all’altro.

Questa distinzione è decisiva: ciò che si è imparato può essere riesaminato, messo in discussione, cambiato. Il pregiudizio non è un dato biologico, è un prodotto culturale. E come tale, si interviene su di esso con formazione, consapevolezza e strumenti operativi.

Un esempio concreto lo ha portato Flavia Franconi, coordinatrice nazionale del Laboratorio di Medicina e Farmacologia di Genere: la ricerca su dispositivi medici che tengano conto delle differenze biologiche di genere, dagli aghi agli strumenti diagnostici, è ancora largamente in ritardo. Alcune aziende stanno già investendo in questa direzione, aprendo nuove linee di produzione. Molte però non ci hanno ancora pensato. La medicina di genere non è un’aggiunta opzionale alla ricerca: è un requisito per un’assistenza efficace e per un mercato che funziona davvero.

Dalla consapevolezza alla misurazione

Giacomo Sassun ha illustrato le opportunità legate alla certificazione per la parità di genere secondo la prassi UNI PdR 125: oltre 1.200 aziende l’hanno già ottenuta in Italia, con effetti documentati su turnover, attrattività dei talenti, rating ESG e accesso al credito PNRR e BEI. Regione Lombardia ha attivato strumenti di sostegno specifici per le organizzazioni che intraprendono questo percorso.

È qui che la cultura di genere smette di essere un tema “soft” e diventa una variabile misurabile nel sistema di gestione di un’organizzazione. Jenny Salazar ha mostrato come il genere sia una dimensione trasversale alle dodici aree di impatto del protocollo Regg3, certificato RINA e soggetto a peer review accademica, con un focus specifico su Employment e Education, le due aree analizzate in questa prima sessione.

Il principio che guida il lavoro di Regg3 vale anche qui: senza misurazione non esiste impatto. Riconoscere il problema è un punto di partenza, non un risultato.

Il percorso formativo

In chiusura, C.I.R.M. ha presentato il percorso formativo “Accogliere, riconoscere, agire: la prospettiva di genere nelle scienze della vita”, 32 ore tra fondamenti teorici, intervento di esperti di settore, laboratori pratici e consolidamento a distanza, con accreditamento ECM previsto. Il corso è finanziabile attraverso strumenti di formazione continua regionali e nazionali, come ha illustrato First Consulting.

Il programma copre l’area psico-educativa, quella giuridica e normativa, inclusa la legislazione antiviolenza e la prassi UNI PdR 125, e quella strategico-operativa, con indicatori di performance e gestione del rischio organizzativo. Non un corso di sensibilizzazione. Un percorso strutturato per tradurre la consapevolezza in competenza.

Il prossimo appuntamento del ciclo è in programma nelle prossime settimane. I temi cambieranno, la direzione rimane la stessa: costruire consapevolezza, misurare, cambiare.

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