Negli ultimi anni, l’Europa ha rafforzato rapidamente le proprie regole sull’approvvigionamento del legno, ma il cambiamento più importante non è solo normativo: riguarda il modo stesso in cui viene inquadrata la questione. Il settore sta iniziando ad andare oltre la domanda “Questo legno è legale e privo di deforestazione?” verso un interrogativo più impegnativo: “Quale effetto produce realmente questo approvvigionamento sulla biodiversità?”. La tracciabilità può individuare con precisione da dove proviene il legname, e i controlli “deforestation-free” possono confermare ciò che non è accaduto, ad esempio la conversione forestale. Ma la biodiversità è determinata da ciò che accade effettivamente all’interno dei paesaggi forestali nel tempo: dall’evoluzione degli habitat, dalla tenuta o meno degli ecosistemi e dal fatto che le specie diventino più o meno a rischio. Per questo il passo successivo per le filiere del legno consiste nell’affiancare a evidenze di livello EUDR strumenti pratici di diagnosi delle performance in materia di biodiversità: coerenti con le politiche, misurabili nel mondo reale e utili per orientare le decisioni, in modo che la compliance diventi la base di partenza, e non la definizione completa di sostenibilità.
Il quadro normativo della sostenibilità nel settore del legno
Il principale punto di svolta per la filiera europea del legno è il Regolamento UE sulla deforestazione (EUDR), che sostituisce il precedente Regolamento UE sul legno (EUTR 995/2010). Nel regime precedente, alle imprese era richiesto soprattutto di dimostrare la legalità. Con l’EUDR, invece, devono anche provare che i prodotti siano privi di deforestazione e tracciabili fino a particelle specifiche attraverso dati di geolocalizzazione.
Si tratta di un grande salto in avanti sul piano delle evidenze e della responsabilità, ma con un limite. Anche una tracciabilità perfetta a livello di particella e una prova impeccabile di assenza di deforestazione non garantiscono una gestione forestale nature-positive. Una filiera può essere pienamente conforme e continuare comunque ad approvvigionarsi in contesti in cui la biodiversità è sotto pressione a causa di gestione intensiva, debole protezione degli habitat o declino dell’integrità ecosistemica: dimensioni che l’EUDR non misura direttamente.
Esistono anche altri strumenti europei che si avvicinano di più agli esiti sulla biodiversità. Il Regolamento (UE) 2024/1991 definisce un quadro per il ripristino degli ecosistemi degradati attraverso target a livello UE e piani nazionali di ripristino. Anche la Direttiva sulla due diligence di sostenibilità delle imprese, Direttiva (UE) 2024/1760, è rilevante, perché impone alle aziende che rientrano nel suo ambito di individuare e affrontare gli impatti ambientali negativi lungo le proprie catene del valore. Nel loro insieme, queste norme innalzano il livello delle aspettative: non solo rispetto a dove proviene il legno, ma anche rispetto a ciò che tale approvvigionamento implica per la natura.
Che cosa richiede davvero la biodiversità
La biodiversità non riguarda soltanto il conteggio delle specie. Riflette la condizione, la stabilità e il funzionamento degli ecosistemi, cioè la capacità della natura di rigenerarsi e sostenere la vita nel tempo. È anche per questo che la biodiversità non può essere dedotta dalla sola tracciabilità. Conoscere la localizzazione di una particella è essenziale, ma non descrive l’integrità dell’habitat, l’efficacia della conservazione o il livello di rischio per le specie.
All’interno della piattaforma Impact Explorer di Regg3, la biodiversità viene misurata utilizzando il Kunming–Montreal Global Biodiversity Framework (GBF) come riferimento di policy e operazionalizzata attraverso l’Environmental Performance Index (EPI), in particolare tramite la dimensione Biodiversity & Habitat (BDH). Il BDH aggrega segnali quali la rappresentatività delle aree protette, la protezione delle specie e la condizione degli ecosistemi marini.
Il BDH segue la scala EPI da 0 a 100, in cui 100 rappresenta il valore massimo raggiungibile. Nel metodo di Regg3, la distanza tra il BDH attuale di un Paese e 100 viene trattata come un gap, contribuendo a individuare dove il miglioramento è più necessario. Per rendere la diagnosi operativa, il BDH viene poi scomposto in 12 componenti complementari, tra cui:
- PAR – Protected Areas Representativeness Index: misura quanto bene le aree protette rappresentano la diversità degli ecosistemi e delle condizioni ecologiche del Paese.
- TBN – Terrestrial Biome Protection: percentuale media dei biomi nazionali sottoposti a protezione, ponderata per rarità e dimensione.
- TKP – Terrestrial KBA Protection: quota delle Key Biodiversity Areas (KBA) terrestri effettivamente coperte da aree protette.
- PAE – Protected Area Effectiveness: quota di aree protette considerate efficaci, senza nuova urbanizzazione o nuove attività agricole che ne compromettano la funzione.
- PHL – Croplands and Buildings inside Protected Areas: quota dell’area protetta occupata da coltivazioni ed edifici, un indicatore del consumo di suolo nelle aree protette.
- SHI – Species Habitat Index: quota di habitat ancora idoneo per le specie nazionali rispetto al 2001, una misura della perdita di habitat.
- BER – Bioclimatic Ecosystem Resilience Index: capacità degli ecosistemi del Paese di mantenere la biodiversità in condizioni di cambiamento climatico e di uso del suolo.
- RLI – Red List Index: indice basato sulla Red List che misura il rischio medio di estinzione delle specie presenti nel Paese.
- SPI – Species Protection Index: misura in che misura le aree protette terrestri coprono gli areali delle specie animali e vegetali del Paese.
- MKP – Marine KBA Protection: quota delle principali aree marine (KBA) coperte da aree protette nei mari sotto la giurisdizione del Paese.
- MHP – Marine and Coastal Habitat Protection: quota degli habitat marini e costieri critici inclusi nelle aree protette.
- MPE – Marine Protection Stringency: misura in che misura la pesca industriale viene ridotta all’interno delle aree protette rispetto al resto dei mari sotto la giurisdizione del Paese.
Il caso del legno e della biodiversità in Finlandia
La Finlandia è spesso considerata un caso maturo di governance forestale, con un’ampia adozione di schemi di certificazione, sistemi di tracciabilità e pratiche strutturate di sostenibilità all’interno di un solido quadro normativo europeo. Questi assetti hanno contribuito a rafforzare accountability e legalità lungo la filiera forestale. Tuttavia, una governance robusta non si traduce automaticamente in migliori risultati in termini di biodiversità. Nonostante le foreste coprano circa il 74% del Paese (FAO, 2024), l’indice Biodiversity & Habitat (BDH) della Finlandia è passato da 59,78 a 59,10 punti nel periodo 2020–2024, come mostrato nel grafico seguente. L’ultima performance registrata segnala quindi un gap di 40,90 punti rispetto al benchmark di 100.

Immagine 1. Indici di biodiversità della Finlandia (2020–2024). Fonte: Regg3 Impact Explorer (https://www.regg3.com/en/explorer-demo)
Il grafico seguente mostra una scomposizione dell’indice di biodiversità nei suoi indicatori componenti più significativi. La Finlandia presenta i gap maggiori nello Species Habitat Index (SHI), pari a 86,5 punti, e nel Protected Areas Representativeness Index (PAR), pari a 72,6 punti, suggerendo che la copertura delle aree protette e la qualità degli habitat non sono ancora allineate a quanto richiesto dagli outcome di biodiversità. Altri indici, invece, come il Protected Areas Effectiveness (PAE) e il Croplands and Buildings inside Protected Areas (PHL), mostrano un gap nullo, raggiungendo il punteggio ideale di 100.

Immagine 2. I gap delle componenti selezionate (4 su 12) dell’Indice di Biodiversità per la Finlandia (2020–2024). Fonte: Regg3 Impact Explorer (https://www.regg3.com/en/explorer-demo)
L’insegnamento che emerge dal caso sopra riportato è che una governance forte e la tracciabilità possono coesistere con gap di biodiversità, che diventano visibili solo quando la performance viene valutata attraverso indicatori di condizione ecosistemica, e non soltanto di compliance. In altre parole, anche sistemi forestali ad alte prestazioni possono mostrare margini di miglioramento quando la biodiversità viene analizzata tramite indicatori ecosistemici più ampi. Per l’industria del legno, questo implica che le metriche di biodiversità dovrebbero affiancare la tracciabilità per orientare le decisioni di approvvigionamento, il coinvolgimento dei fornitori e gli investimenti in misure di ripristino o conservazione, trasformando il concetto di “deforestation-free” da punto di arrivo a punto di partenza.
La biodiversità come asset per l’industria del legno
Se la tracciabilità dice alle imprese da dove proviene il legno, la performance in materia di biodiversità dice che cosa quell’approvvigionamento significa e dove l’azione può produrre il maggiore impatto. Considerare la biodiversità come un “requisito aggiuntivo” significa quindi perdere di vista un’opportunità industriale. In una filiera del legno sempre più tracciabile e regolata, la biodiversità può diventare un asset competitivo in tre modi.
Primo, come asset di resilienza: foreste con maggiore integrità ecologica e habitat più continui sono più capaci di resistere a shock climatici, parassiti, incendi e stress idrico, riducendo la volatilità delle forniture e il rischio di approvvigionamento. Secondo, come asset di mercato: acquirenti, finanza e policy europee stanno progressivamente spostando l’attenzione dal criterio “deforestation-free” a quello “nature-positive”, premiando le imprese in grado di dimostrare risultati misurabili e comparabili nel tempo. Terzo, come asset operativo: indicatori disaggregati (ad esempio SHI, PAR e le altre componenti del BDH) trasformano un concetto astratto in una roadmap concreta, indicando dove investire nella gestione forestale, nella protezione degli habitat, nel ripristino e nelle partnership territoriali.
Per rendere reale questo passaggio, le imprese devono trattare la performance sulla biodiversità come qualsiasi altro KPI strategico: definire una baseline per ciascuna geografia di approvvigionamento, fissare target e soglie, integrarli nella due diligence dei fornitori e nei criteri di procurement, e monitorare i progressi anno dopo anno con evidenze verificabili. In questo senso, la biodiversità non è soltanto qualcosa da salvaguardare, ma anche un driver di performance che rafforza la continuità del business, la reputazione e l’accesso al capitale, consentendo al settore di passare dalla compliance a una leadership rigenerativa.